[ personalitaconfusa ]



ABOUT:

Cronografia di un modo del tutto personale di distinguere il bene dal male e il brutto dal bello.




:: HOMEPAGE

:: TWITTER

:: SCRIVIMI

:: ARCHIVIO





IL CONFUSO CAST DI QUESTO BLOG
(in archivio)

:: Il Direttore Marketing
:: Giovane Blogger
:: Karol 
:: La dirimpettaia
:: La cassiera del supermercato
:: La melanzana
:: La tuta anticazzate
:: Il Tonno
:: Enrico Ghezzi
:: Mamma
:: Personalitaconfusa (chi?)


MATERIE DI STUDIO:

:: Aeroporti
:: Cina
:: Lettere
:: Affittasi
:: Morte
:: Bancomat
:: Garibaldi
:: Temi d'italiano svolti
:: Marte
:: Verbale di assemblee condominiali
:: Eliocentrismo
:: Recessione
:: Panini dell'Autogrill
:: Ferragosto
:: Notai
:: Cose perdute
:: Compleanno di Gesù
:: Venezia
:: Scarpiere
:: Stampanti
:: Benzinai
:: Velazquez
:: Pasqua
:: Pagare il conto in pizzeria
:: Cercar lavoro
:: Treni Eurostar
:: Negozietti carinissimi
:: Film mai realizzati
:: Natività
:: Ikea
:: Colleghe dirimpettaie
:: Prezzi
:: L'Avana
:: Parcheggi
:: Titoli e sommari
:: Guerre Stellari
:: Telefonia (1) (2) (3) (4) (5)
:: Creativi
:: Feltrinelli
:: Mancini
:: Windows
:: Uova Sode: (1) (2)
:: Car Navigator
:: Bignami di sequel per i licei
:: Editoria del futuro
:: Viaggi Artificiali
:: Metropolitana
:: Messa
:: Guida Turistica di Lambrate
:: Caffè
:: Grandi Opere
:: Commessi di Blockbuster
:: Genova
:: Tesi di laurea
:: Festa della Quiete
:: Recensioni di dischi


ULTIMI COMMENTI:

utente anonimo in DIALOGO CON UN PARCH...
utente anonimo in DIALOGO CON UN PARCH...
profondoblog in DIALOGO CON UN PARCH...
utente anonimo in DIALOGO CON UN PARCH...
cptuncino in DIALOGO CON UN PARCH...
FirmatoCkf in DIALOGO CON UN PARCH...
utente anonimo in DIALOGO CON UN PARCH...
sim.64 in NOTAIOTra i mestieri...
sim.64 in NELLA BIBLIOTECA COM...
gmai in DIALOGO CON UN PARCH...


GUIDA AI BLOG ALTRUI:

:: Qui


GADGET CONFUSI:

:: Smart Confusa
:: Cane Confuso
:: Marat Confuso
:: Caravaggio Confuso
:: Ora Confusa
:: Campagna Affissioni
:: Visa Confusa
:: Tazza Confusa
:: Uovo Confuso
:: Corano Confuso
:: Rivista Confusa
:: Altri gadget confusi


MAGLIETTA CONFUSA

:: Ninna confusa
:: Ele confusa
:: Selvaggia confusa
:: Famiglia Sofri confusa
:: Proserpina confusa
:: Signori Confusi
:: Commentatrice confusa
:: L'indiano
:: Gesù
:: Puoi averla anche tu!


INTERVISTE CONFUSE

:: Repubblica
:: Unita'
:: SecoloXIX
:: Blogoltre
:: Zeusnews
:: Ciccsoft
:: Conoscer§i
:: Beemood
:: DLS


ALTRI SITI CONFUSI:

:: Confuso su Twitter
:: Confuso su Friendfeed
:: Confuso su Last fm
:: Confuso su Anobii


CITAZIONI CONFUSE:

:: "Fui blogstar"
:: Parlano di questo blog


TUTTI I TESTI DI PERSONALITA' CONFUSA SONO TUTELATI dalla Creative Commons License. Significa che puoi usarli, se proprio ci tieni, ma esclusivamente per scopi NON commerciali, citando la fonte con un link e previa richiesta via email all'autore.


XML E R§§:

:: R§§ 2
:: Atom
:: Feedburner
:: Blogitalia r§§
:: §plinder ti avvisa


ARCHIVIO

oggi
novembre 2009
ottobre 2009
settembre 2009
agosto 2009
luglio 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
settembre 2003
agosto 2003
luglio 2003
giugno 2003
maggio 2003
aprile 2003
marzo 2003
febbraio 2003
gennaio 2003
dicembre 2002
novembre 2002




25/11/2009
 
DIALOGO CON UN PARCHEGGIO A PAGAMENTO
DEL CENTRO STORICO

Oooh ecco un bel parcheggio, che fortuna. Meno male, qui in centro credevo di girare a vuoto per giorni, e invece.
Fermo lì. Lei non può parcheggiarmi addosso così senza passarla liscia. Le vede le mie strisce blu?
Embé?
Io sono un parcheggio a pagamento: mica mi vendo gratis al primo che passa.
E ma che palle. Va bene, dove si paga? Li do a lei i soldi?
Per carità. Io, se non lo capisce, sarei un semplice rettangolo verniciato per terra. Puro spazio, immobile e bidimensionale. Non posso accettare danaro.
Ah. E allora?
E allora, buonuomo, si rechi alla più vicina rivendita di biglietti per parcheggi a pagamento. Ad esempio, là in fondo, al distributore automatico, ce li ha gli spiccioli?
No.
Poco male, tanto quell'affare era rotto. Provi ad acquistare da un umano, il tabaccaio laggiù in fondo, per esempio.
Obbedisco. Però nel frattempo la macchina la lascio qui sopra di lei. Un minuto.
Preghi iddio e la madonna che proprio in quel minuto non le diano la multa.
Ma solo qualche secondo, dai.
Non garantisco nulla. Se vuol rischiare il carro attrezzi, s'accomodi.
Corro. E lei non chiami la polizia per favore.
Va bene, ma soltanto per stavolta.


Alla buon'ora. Dunque, il tabaccaio?
Niente. Era chiuso.
Tenti col giornalaio, sta più avanti, la quarta traversa a sinistra.
Già fatto, dice che lui i tagliandi non li tiene più, gli hanno levato la licenza.
Mi spiace. Le confesso: in realtà siamo tutti d'accordo. Io, il tabacchi, il giornalaio: una bella contravvenzione, in termini economici, vale molto di più di un biglietto del parcheggio.
Quindi?
A questo punto lei dovrebbe andarsene a casa.
Ma come?
Qui ogni dieci minuti passa una ronda di vigili assetati di sangue e quattrini, e per la sosta vietata non hanno pietà. Le conviene sparire e portarsi via il suo rottame.
No, tutto 'sto viaggio a vuoto fino al centro no! Senta, sa che faccio? L'auto la piazzo là, sopra il suo collega disegnato di giallo.
Bravo, sul posteggio per i residenti: lui è ancora più stronzo di me. E dall'aspetto lei non mi pare affatto un residente. Giusto?
No, arrivo dalla periferia.
Ecco, ci torni, in periferia. Lì i parcheggi sono sempre bianchi, ossia gratis, visto che siete tutti dei pezzenti.
Ma come osa, scusi?
Non la prenda sul piano personale. Lo vede quel signore appostato alla finestra? E' un residente. Appena lei si allontana, lui scende e le spezza i tergicristalli per ripicca.
Complimenti.
Guardi, questa cosa di domandarle dei soldi io lo faccio a fin di bene: così la prossima volta se proprio deve venire qui da noi dei quartieri alti, prende il tram e non inquina.
Il tram da me passa ogni tre ore.
Ebbasta, si vuole levare dai piedi o no? Sto lavorando perdìo. Ho già altri clienti che aspettano.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (14) | xmalink


19/11/2009
 
L’ONTOLOGIA SECONDO L’ANAGRAFE COMUNALE

Fra tutte le pratiche che un essere umano si trova a sbrigare nella realtà, la richiesta di documenti attestanti la propria esistenza presso l’anagrafe comunale risulta la più prossima ai confini della metafisica.

Per esempio: oggi mi sono recato all'ufficio preposto per ottenere un attestazione del genere. Il funzionario del comune ha cominciato a ordinarmi di compilare un modulo, dove avrei dovuto scrivere a penna il nome, il cognome, il luogo e la data di nascita, il luogo di residenza. E fin qui, è stato facile.

Poi costui mi ha domandato di esibire un certificato di residenza. Ossia un foglio rilasciato dal comune stesso, un foglio rilasciatomi dallo stesso funzionario, allo stesso sportello, pochi minuti prima, nel quale comparivano il mio nome, il cognome, il luogo e la data di nascita, il luogo di residenza.

Il funzionario ha esaminato i due documenti, cioè il modulo firmato a mano - con il mio nome, il cognome, il luogo e la data di nascita, il luogo di residenza - e il certificato recante il mio nome, il cognome, il luogo e la data di nascita, il luogo di residenza, e ha potuto verificare che i due coincidevano.

A questo punto era abbastanza evidente che la persona di fronte al funzionario, e quella descritta nel modulo e quell'altra delineata nel certificato, non (ripeto: non) erano tre omonimi nati per puro caso nello stesso giorno nella stessa città e attualmente conviventi sotto lo stesso tetto, bensì un unico individuo.

C'è stato poi un lungo studio del mio attestato di nascita, un prospetto ufficiale vergato dalla Pubblica Autorità, dal quale si desumeva con chiarezza che io in effetti non solo sono vivo, ma sono perfino nato, e proprio nelle date e nel posto già menzionati.

Per scrupolo, il funzionario ha quindi consultato il suo computer: da esso risultava che, in effetti, un mio sosia e coetaneo abitava a casa mia. Ma tutto questo sembrava non bastare. Poteva trattarsi di una serie di circostanze fortuite.

Egli, il funzionario, ha dunque preso ad interrogarmi, e a trascrivere le risposte su un nuovo modulo.
Prima, con aria solenne da conduttore di telequiz, mi ha chiesto il mio nome e cognome. Glieli ho sillabati, e con prontezza: lui calmo ha controllato i dati sulle altre carte e sul monitor, e stranamente tutto collimava. Poi ha voluto investigare sulla mia nascita: quando era avvenuta? E in quale città? Ancora l'ho stupito con informazioni identiche a quelle già in suo possesso. Infine ha preteso di conoscere dove risiedessi: pure stavolta, con suo enorme meraviglia, ho fornito l'indirizzo esatto.

Bé, non c'è dubbio – mi ha detto squadrandomi – come sospettavo lei esiste, e per di più è veramente lei. Torni fra sei mesi per ritirare il documento che lo comproverà.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (25) | xmalink


13/11/2009
 
CONFUSO E PEPPINO DIVISI A BERLINO
(UNA STORIA VERA)

Quella che segue è una storia assolutamente vera. Mi è venuta in mente in questi giorni di celebrazioni per la caduta del muro di Berlino eccetera eccetera: io il muro l'ho visto, ancora in piedi, nel 1987. Ma dal lato Est.

La vicenda: nell'estate 1987 sono ancora minorenne ma insieme ad un amico abbiamo deciso: partiamo verso la Svezia. Per due adolescenti italiani la Svezia rappresenta il Paradiso Terrestre, un luogo remoto popolato solo da bionde coetanee discinte pronte a fare amicizia e altro insieme  a qualsiasi turista coi capelli ricci e gli occhi scuri gli si pari davanti. Insomma, l'Eden dei luoghi comuni. Sì, eravamo dei deficienti, come molti a quella età, e pure dopo.

Pianifichiamo il viaggio e i suoi costi: i genitori non hanno intenzione di mollare un soldo per la sciagurata avventura, e quando proviamo a spiegargli - "guardate, andiamo là per studiare la geografia e l'arte scandinava" - loro quasi ci prendono a botte. Perciò.

Perciò, costretti ad arrangiare con i pochi risparmi da salvadanaio, alla fine scegliamo l'unico volo che rientra nelle nostre possibilità. Un improbabile Milano-Berlino Est-Stoccolma su aerei di linea della DDR a eliche (giuro), una specie di low cost dell'epoca. Per l'alloggio, il solito ostello a buon prezzo. Con il vitto ci saremmo barcamenati fra birrerie, panini e digiuni. Vai, si parte.

Naturalmente, la vacanza in Svezia si rivela un fallimento totale: in sette giorni neppure una ragazza nativa ci rivolge la parola. Mai. Impariamo che là le giovani la sera dopocena studiano o vanno a dormire, o se escono escono col fidanzato vichingo alto due metri, e se sono sole comunque di sicuro non danno retta a degli sconosciuti italiani che le fermano al buio per strada.

Una sola volta riusciamo a imbucarci a una festa di nativi, peraltro quasi tutti maschi e sulla quarantina. Per il resto, passiamo le giornate nell'ostello o in pizzeria con una combriccola di liceali bolognesi finiti lì per i nostri stessi motivi e con gli stessi risultati. Inciso: Stoccolma si rivela una città assai perdibile sia per l'aspetto (una specie di Livorno ma più brutta e più grande) sia per il clima gelido perfino ad agosto, sia per la terrificante cucina locale.

Sì vabbè ma basta con 'sta Svezia, vogliamo Berlino Est. Ecco, ora arriva. Al ritorno, come già all'andata, ci tocca lo scalo a Berlino Est, ma stavolta l'intervallo fra i due voli è di otto ore. E allora che facciamo? Andiamo a vedere qualche monumento. Cioè? Bè, il muro. Il muro? Ma sì, siamo a Berlino, andiamo a vedere il muro di Berlino, l'attrazione più famosa. Anzi, col muro ci facciamo qualche foto, come si usa davanti alla torre di Pisa o il duomo di Milano da noi. D'accordo, d'accordo. Andiamo al muro.

Chiediamo ai passanti: Scusi, dov'è il muro? - ma nessuno ci risponde, anzi, ci guardano parecchio male. Boh, forse non ci capiscono, colpa del nostro inglese scolastico.

Poi, vagando, lo vediamo, in fondo un viale. Il muro, sì, sì, è lui. Eccolo là, evviva, dai fammi la fotografia davanti al muro, anzi, già che ci sei fotografa anche il filo spinato, i cavalli di frisia, la torretta con la guardia e il binocolo.

Un secondo dopo aver pronunciato questa frase, siamo circondato dall'esercito della Repubblica Democratica Tedesca. Ci arrestano. Sul serio, ci arrestano proprio.

A questo punto, sono in manette su un auto della polizei, stretto fra due soldati incazzatissimi, gente con la pistola. Il socio è stato portato via su un'altra macchina. Dal finestrino scorre il panorama della nazione più cupa e buia che si possa immaginare, in confronto Stoccolma pare Copacabana il giorno di carnevale.

I vopos ci conducono in una caserma di periferia, o una prigione, non so, e ci chiudono in una cella. Non scherzo: io sono veramente stato in una cella, legato, nella Germania Est Comunista.

Il mio amico piange. Io per tranquillizzarlo gli racconto la storia di "Fuga di Mezzanotte", celebre film  dell'epoca su un ragazzo che va in un paese lontano ma viene preso e piombato in galera per anni e anni.

Passano le ore. Una, due, tre, quattro, cinque ore.

Poi, chi lo sa, forse i militi se ne rendono conto. Guardano i passaporti: non è bello torturare e uccidere due stranieri minorenni, sono due pirla, poi magari Gorbaciov lo viene a sapere e si arrabbia. Meglio lasciarli andare.

Aprono la cella, entrano. Un tizio vestito da generale ci intrattiene urlandoci in faccia un lungo discorso in tedesco di cui non capiamo una virgola, poi distrugge le nostre fotocamere con gli anfibi. Quindi ordina ai suoi di sbatterci fuori. Fuori.
Siamo fuori.

Corriamo in direzione dell'aeroporto, rapidi come due centometristi sotto anfetamine.
Fra un'ora c'è l'aereo per l'Italia. Il prossimo chissà quando ricapita.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (32) | xmalink


06/11/2009
 
IL BRUNCH DOMENICALE ALLA
PERMANENTE D’ARTE CONTEMPORANEA

Ma dai, prendersela con il brunch, che fin dalla parola stessa si commenta da solo, è fin troppo facile. Non si può. Che poi tu snob e soprattutto pezzente come sei al brunch non ci sarai mai stato, lascia stare: mai scrivere di ciò che non conosci. E invece sì: ci sono stato. E quindi.

E quindi una domenica mattina mi chiamano e mi dicono: ohè, vieni, andiamo al brunch. Attenzione: i brunch si tengono solo di domenica. Negli altri giorni sono proibiti. Mai di sabato, mai di mercoledì. Non si sa il perché.

Insomma, mi intimano: vieni al brunch. Oddio, al brunch?, dico io, ma siamo sicuri? e dove? Nel bar della permanente d’arte contemporanea, che razza di domande cretine fai, e dove sennò. Giusto, come ho fatto a non pensarci. E va bene, andiamo a vedere ‘sto brunch.

Arriviamo nel luogo del brunch. La domenica mattina le strade della città sono spopolate, e uno pensa, saranno tutti a dormire, beati loro.  Non è vero: sono tutti al brunch. Il locale è pieno zeppo di gente che fa il brunch. La biglietteria della permanente d’arte contemporanea risulta, al solito, deserta, ma la sala del brunch straripa di persone ai tavolini. Bene, non c’è posto, torniamo a casa, che peccato, dico io. Ma no, dicono loro: abbiamo prenotato. Un mese fa. Ah.

Ci sediamo, da lontano faccio ampi cenni per richiamare l’attenzione del cameriere che ci ignora platealmente. I commensali mi sgridano: ma dove vivi, al brunch non si ordina, mica siamo in trattoria, c’è il buffet. Ohibò, giusto: il buffet. Immagino siano gli antipasti. E poi? E poi niente - mi dicono loro - finisce lì. Ti servi solo, ma quante volte vuoi, il prezzo è stellare ma fisso, quindi ti conviene ingozzarti come un'oca. Guarda, c’è il caffellatte ma anche la caprese, le fette biscottate ma di fianco al tonno, le briosce dolci ma pure l’insalata di pollo. È il brunch. Forte, vero? Acciderba, dico io, ma quanto costa? Molto, ma le bevande sono escluse.

Al buffet, vorrei riempire il piatto sino ai limiti della sua superficie ma mi trattengo, un po’ per la vergogna, un po’ perché a ben vedere i cibi hanno l’aria consunta e mi spaventano. Prendo il piatto, sgomito per farmi largo di fronte all’oramai vuoto ma ambitissimo vassoio dei carpacci di pesce, poi per evitare la ressa passo nella zona verdure bollite, quindi finisco per errore nella coda al banco dei tè caldi e della maionese (è un brunch, gli alimenti convivono in armonia).

Siamo al tavolo: cos’è quello?, indago scrutando i bottini altrui. Non lo so, sembra mortadella ma sa di ananas, replica la vicina di sedia. Assaggio, spilucco e penso: tutto bello però madonna bona come si mangia male a ‘sti brunch.

Mentre pranziamo, su un palchetto prende posto l’orchestrina e comincia a suonare una musica, non saprei come definirla se non una musica da brunch. Domando al cameriere se per favore può farli smettere. Lui muto mi volta le spalle e se ne va a sparecchiare altrove.

Il pranzo, o supposto tale, sta per concludersi, le persone si alzano, corro a prendere un nescafè ma la brocca adesso è fredda oltre che vuota. In compenso, arriva il conto, e qualcuno si incupisce.

Che si fa, siamo a una permanente d’arte contemporanea quindi vediamo una mostra, propongo trionfante. Ma sei scemo, qui ci veniamo per il brunch non per le mostre, e comunque l’abbiamo già vista ieri, e a quest’ora la mostra è chiusa, e il biglietto costa un patrimonio, e poi quell’artista là non ci piace. Al massimo ti concediamo un salto al bookstore. Il booché? Il bookstore. E va bene. D’accordo, dopo il brunch un bookstore, per digerire.

Al bookstore, cioè il negozietto di libri, ci si aggira pensosi fra volumi da sfogliare e basta, nessuno compra nulla, il conto ci ha già dato la mazzata. Vabbè, che ore sono? Le tre, anzi le tre e mezzo, io adesso tornerei a casa, io anche, ho da fare, ciao ciao, ci sentiamo.

Mi avvio verso il parcheggio a pagamento da sei euro al minuto riflettendo sull’esperienza. Per certi versi positiva, per altri no. Dopo tortuosi ragionamenti su pro e contro, concludo: ho ancora un leggero languore.
Magari per merenda mi preparo due spaghetti.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (31) | xmalink


29/10/2009
 
UN POCHINO DI PUBBLICITÀ PRIMA DEL FILM, MA POCA

Ragazze, ragazzi, aiutateci. Siamo il pubblico del multisala Ultraplex di Vizzolo Predabissi (Mi). Il titolare di questo blog ci ospita per lanciare un appello, siamo riusciti a collegarci di nascosto dai cessi usando un cellulare sopravvissuto alle perquisizioni del servizio d’ordine, pardon delle maschere.

Da una settimana siamo prigionieri, qualcuno venga a liberarci. Ci siamo seduti sabato scorso alle 17, la cassiera ci aveva detto che lo spettacolo sarebbe iniziato mezz’ora dopo, alle 17.30 come peraltro stava scritto sul giornale, e invece niente.

O meglio: in effetti le proiezioni sono cominciate alle 17.30 ma ancora oggi del film non si ha nessuna notizia. In compenso, lo schermo continua a cannoneggiarci a ciclo continuo con trailer di film orribili e pubblicità dei più svariati prodotti commerciali. Le uscite di sono piombate per impedirci di scampare al diluvio di marketing visivo. Volevano persino legarci alle poltrone.

Ogni tanto ci viene permesso di uscire nell’atrio dalla sala per vedere un po’ di luce, andare a far la pipì e comprare i cesti di popcorn dolci glassati, unico genere alimentare consentito qua dentro.

Un signore ha tentato di approfittare della pausa per fuggire ma le guardia armate pardon il personale del cinema lo ha catturato subito: adesso è in isolamento in prima fila, a venti centimetri dal maxischermo, svenuto durante il bombardamento di reclame dei fusilli con sonoro in dolby surround.

Salvateci. Siamo disperati, anche se qualche ottimista, forse bugiardo, sostiene che forse il film comincerà domani, dopo lo spot in 3d della Tim che dura dodici ore e mezza. Ma non siamo certi di riuscire a farcela. Chiamate le ambulanze, la polizia, fate qualcosa.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (17) | xmalink


22/10/2009
 
L’UNIVERSO DELLE RELIGIONI ROVESCIATE

Buonasera e benvenuti al consueto appuntamento con il corso gratuito a domicilio di Metafisica d'Accatto.

Per essere infinito, l’Universo deve essere per forza composto da infiniti universi. Tra gli infiniti universi opposti e contrari a questo, ne sussiste di certo uno del tutto identico al nostro, in cui ad essere capovolte sono soltanto le religioni.

Un pianeta ove i sacerdoti d'ogni culto vestono non tonache ma pantaloni sgargianti, predicano il libertinaggio, si mostrano viziosi in pubblico ma morigerati nel privato.

In quell’universo Dio esiste solo se non esiste nel nostro. O viceversa là non esiste in quello ma nel nostro sì. Chissà chi ha ragione.

Su quel pianeta, i musulmani si ingozzano di salumi o di vino, e pregano seduti su una poltrona dando le spalle alla loro città santa, Caserta. Ogni induista quando vede le mucche in mezzo alla strada scende dall’auto e le prendono a fucilate per poterle spostare più agevolmente. Gli ebrei ortodossi si recano dal barbiere tre anzi quattro volte al giorno, e quando entrano nella sinagoga, solo allora si levano il sombrero.

I cattolici sono privi del papa, e credono che non nel passato ma nel futuro fra duemila anni, la mattina ferragosto una donna nascerà nella suite del grand hotel, sorvegliata dal fiato di un cane di razza e da un gatto, ma nessuno andrà ad adorarla. Avrà una vita violenta, maltratterà gli storpi, accecherà chi ha dieci diottrie. Morirà serena da novantanovenne, di vecchiaia, a casa sua. E si farà cremare. Gli insegnamenti che peraltro non avrà prodotto non saranno mai divulgati, né nessuno parlerà mai di lei.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (17) | xmalink


16/10/2009
 
PETIZIONE CONTRO LA DERIVA DEI CONTINENTI

E no, adesso basta: è tempo di agire e di battersi contro il più grave e vergognoso pericolo del nostro pianeta. Da oggi questo sito verrà dedicato esclusivamente alla raccolta di firme e di fondi alla lotta dura senza paura contro la tettonica a zolle.

I continenti minacciano di venirci addosso. Insomma, un giorno o l'altro, presumo in una località vicino al mare, un umano starà facendo i fatti i suoi oppure dormendo nel suo letto, quando bom! - all'improvviso, fra il lusco e il brusco, senza neppure chiedere permesso, gli piomba addosso un continente intero, gli entrerà in camera l'Africa o l'Oceania dalla finestra. Ohé, dico, signori continenti, che razza di modi sono questi? Maleducati.

D'accordo, i continenti si muovono molto ma molto lentamente. E quindi prima che arrivino ci sarà da aspettare un bel po'. Ma ciò non rappresenta affatto una scusante. La scarsa velocità non può giustificarli. Anche il tram va piano, ma se ci finisci sotto, un paio di mesi all'ospedale non te li leva nessuno.  Adesso moltiplica quel dolore cento triliardi di volte: immagina di  essere investito dall'intero Sudamerica, con le sue montagne, pianure foreste, promontori, edifici, terra, cesti di frutta, pappagallini, eccetera. Son tonnellate di roba. A essere calpestati da tutto il Sudamerica ci si fa parecchio male.

Per cui, spiace dirlo ma i continenti devono rimanere a casa loro. Sono già partiti? Allora fermiamoli. Prima che sia troppo tardi, andiamo in mare sulle navi e col megafono intimiamogli di tornare indietro. Sciò, che qua non li vogliamo.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (25) | xmalink


09/10/2009
 
IL NULLA

Mesta è la vita del lavoratore del terziario che salta la pausa pranzo per andare in palestra. A correre, sudare, farsi la doccia perché sennò puzza e poi con la borsona  di tela nella sinistra e un panino crudo mozzarella nella destra rientra distrutto al suo posto in scrivania, pronto per la riunione delle quattordici e zero zero.

Cari amici rieccomi a voi: scusate l'assenza, è che al lavoro non so più da che parte girarmi, con tutto questo Facebook. Non sapevo più come uscire: il bombardamento e a cause animaliste non mi lasciava il tempo manco per respirare. E i miei compagni delle elementari, in combutta con gli ex colleghi del 2002, alcuni zii emigrati all'estero, i figli degli inquilini dello stabile dove abitavo da adolescente e qualche decina di ignoti importuni peraltro assai insistenti in quanto certi di conoscermi benissimo mentre in tutta evidenza mi avevano scambiato con un omonimo il quale, chissà come mai, era scomparso senza lasciargli recapiti – ebbene tutta questa gentaglia voleva trattenermi lì con sé. Sono dovuto scappare.

Interessante saggio del celebre Achille Cecchetti, immenso pensatore che per motivi del tutto incomprensibili non ha ancora trovato un editore nè vinto il Nobel per la Filosofia (ah, pare tale premio non esista: ecco la spiegazione).
Sostiene il Cecchetti: in un mondo oramai sovraffollato da oggetti, cose, case, beni, suoni, costruzioni, luoghi di culto, strade, condomini mansardati, persone che ti pestano i piedi sul tram - insomma in un mondo in cui tutto lo spazio disponibile viene sfruttato e venduto secondo una logica sistematica di occupazione, il vuoto - cioè il Nulla - è destinato ad assumere un valore economico enorme: ecco perché nel 2050 di sicuro il Ciad sarà il paese più ricco e potente del globo.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (31) | xmalink


29/09/2009
 
NON CI SONO PIÙ LE RELIGIONI DI UNA VOLTA

Il più bel luogo comune sugli scocciatori improvvisi, ossia il campanello che trilla, tu apri e - voilà - ci sono i testimoni di Geova, è oramai in irreversibile decadenza. Oramai né al citofono né alla porta si trova un testimone di Geova manco a pagarlo. È una vergogna. Sono anni che non ricevo visite a domicilio di sorpresa da un testimone di Geova. Sono secoli che nessuno osa fermarmi per strada per domandarmi se voglio acquistare una copia di Torre di Guardia. Perché? Dove li avete nascosti?

Mi mancano gli hare krishna. Anni fa, quando ero bambino, mi capitava di incontrarne per strada, nelle vie del centro. Rimanevo stupito a guardarli ballare e cantare per ore e ore. Essi passavano i loro giorni così, a vestirsi con lenzuola color zafferano, a suonare i tamburelli o i pifferi. E basta. Tra me pensavo: ecco, costoro non sono pazzi. Non si occupano di nulla. Non producono nulla. Non lavorano mai. Da grande voglio fare anche io così.
Oggi nelle piazze non si incontra un arancione neppure per sbaglio.
Che siamo tutti morti per la fame?

E i mormoni. No, dico: i mormoni. Una volta mi suonarono al campanello due mormoni. Erano due diciottenni, arrivati apposta dagli Stati Uniti per convertire l’Italia intera al mormonismo, e avevano deciso di cominciare da me. Si presentarono vestiti elegantissimi, in nero, avevano i loro nomi appuntati sulle spille al taschino. Parlavano in un italiano stentato ma comprensibile.
Anziché mandarli via a calci, come aveva appena fatto il mio vicino, io li lasciai entrare. Offrì loro un caffè, che rifiutarono con cortese fermezza. Proposi del vino, della birra, una sigaretta. Ma sembravano recalcitranti. Poi, se non ricordo male, iniziarono a raccontarmi di quando Gesù Cristo visitò il Nordamerica millequattrocento anni prima di Colombo. Ero piegato in due dalle risa. Loro no. Da quella psichedelica conversazione, non ebbi più modo di esser importunato dai mormoni.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (25) | xmalink


24/09/2009
 
LA PUBBLICITÀ SU INTERNET SPIEGATA A TUO NONNO

Eccomi qua, mi si perdoni il ritardo, ma c’era un traffico, ma un traffico. Buonasera, benvenuti al consueto appuntamento con il corso serale di marketing d’accatto per principianti. Ennò, dai, non scappate: il marketing è una roba utile nella vita. Può sempre servire.  Ecco bravi, sedetevi e state a sentire che magari imparate qualcosa di nuovo.

Dunque. Parliamo di questa cosa in cui siamo dentro adesso, ossia internet. Come sapete, su internet esistono dei bandieroni pubblicitari colorati e lampeggianti. Si chiamano banner. Insomma, voi state leggendo il Corriere della Sera (de gustibus) o guardando qualcosa (delle foto di persone nude, diciamo) e sopra o di fianco, c’è ‘sto cartellone animato che si agita come un ossesso nel tentativo disperato di attirare la vostra attenzione. A voi di lui non frega niente, lo vedrete solo con la coda dell’occhio. Però un pochino tutto quel dimenarsi vi darà fastidio.
Si dice che nell’ultimo anno, nessuno al mondo sia stato talmente fesso da cliccare su uno di codesti banner, per cui non si sa cosa succeda dopo.

Un altro fastidioso oggetto pubblicitario è il pop up. Già il nome è da scemo. Viene dall’inglese: to pop up, comparire all’improvviso, insomma, rompere i coglioni. Il pop up è quel coso che fiorisce in mezzo alla pagina senza neppure avvisare, per impedirci di consultarla. In alto ha un bottoncino piccino picciò con scritto ‘chiudi’: esso rappresenta l’unico modo per disintegrare il pop up. Peraltro spesso il pulsante 'chiudi' non funziona, o finge di non saper funzionare.
Fortunatamente, il pop up risulta quasi in estinzione. Ci sono infatti altre forme pubblicitarie, meno invasive ma altrettanto insinuanti.

Ad esempio: tu stai leggendo la ricetta della pizza margherita, oppure stai solo cercando una ricetta della pizza margherita. Bene. Il sito – astuto come una lepre – capisce che sei interessato a un argomento specifico, e che quindi sarebbe meglio offrirti una promozione pubblicitaria mirata: allora indaga la semantica del caso e a corredo della lettura ti propaganda indirizzi di pizzerie. O, se è poco intelligente, la reclame di articoli da giardinaggio e concime per margherite. Pare che questo sia il futuro della pubblicità. Andiamo bene.

Bene, la prima lezione è finita, settimana prossima tratteremo dell’email marketing. Posso solo anticiparvi che più o meno è questo: io ti bombardo di messaggi che tu cancelli senza leggere ma a me va bene lo stesso. Lo so, sembra strano il mondo del marketing, eppure è così.
Alla prossima.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (28) | xmalink


15/09/2009
 
ODE ALLA CANCELLERIA DA TAVOLO

Requiescant in pace i vecchi oggetti da ufficio: poverini, si stanno estinguendo, per via della diffusione dell’informatica. È sempre più difficile vedere sulle scrivanie un portatimbri. Ve li ricordate i portatimbri, quelli che con la rotella per scorrerli? Sono scomparsi. E con loro la spugnetta bagnata d’inchiostro, quella per intingere i timbri. L’arte di timbrare è finita, solo qualche nostalgica amministrazione pubblica si ostina a salvaguardarla. Ma pare sia una battaglia destinata, lentamente, ad essere persa.

Lo stesso le pinzatrici. È sempre più difficile che qualcuno ti chieda se gli presti la tua pinzatrice. Un tempo gli impiegati scrivevano il loro nome sulla pinzatrice, così da impedire il furto da parte dei colleghi che l’avevano perduta. Oggi, le pinzatrici, non se le fila più nessuno.  Per non parlare delle levapunti, progettate per levare le graffette - altra categoria in pericolo - ai fogli incautamente uniti.

E il bianchetto. Il bianchetto, poveraccio. Era indispensabile. Signore indiscusso delle antiche scrivanie.
Adesso rimane lì, in fondo ai cassetti della cancelleria, a seccare, da anni solo come un cane.  Provate a chiedere a un ventenne se conosce il bianchetto. Vi chiede di ripetere il nome. "Il bianchè?" Poi frugherà nella memoria e dirà che sì, in effetti una volta ne ha visto uno in un cassettino, ma non capiva a cosa servisse.

Di tutto ciò, fra poco, non se ne saprà più nulla. Nel frattempo in tutto il mondo migliaia di aziende produttrici di portatimbri, di levapunti, cucitrici, bianchetti, dopo anni di trionfi, stanno per avviarsi all’abisso fallimento. Presto avranno smesso di pagare i fornitori. Dichiarato bancarotta. Chiuso le fabbriche. Licenziato i dipendenti. 

E in loro difesa, dei dipendenti ma anche del bianchetto, nessun ha fiatato. Che vergogna.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (40) | xmalink


09/09/2009
 
MI HANNO RAPINATO

Cari lettori, scusate l’assenza, è che sono ancora turbato da uno spiacevole episodio occorsomi poco qualche giorno fa. Mi hanno rapinato. Giuro. Qui vicino a casa mia, all'aperto. Un’esperienza terribile. Sono rimasto traumatizzato fino ad oggi.

Davvero, aver di fronte delinquente, che ti si para addosso con quell’aria aggressiva. Ho avuto tanta paura. Tanta. Mamma mia di questi tempi non si può più girare per strada. Hanno ragione quelli che parlano della sicurezza.

E’ andata così: ero in un’officina. Ma sì. Un’officina per le auto, ci avevo portato la mia vecchia Punto, dovevo ritirarla. Ero lì, in attesa davanti al cartello “Torno subito” quando all’improvviso, alle mie spalle, dal nulla è comparso il rapinatore.

Il malvivente indossava una tuta da meccanico. Aveva delle curiose macchie di lubrificante sui gomiti. Strano. Era disarmato, a dire il vero, e a volto scoperto. Per minacciarmi brandiva un foglietto di carta su cui aveva scritto delle addizioni a matita e poi una cifra. 

Ho alzato le mani, tremando:
"La prego, non mi faccia del male, le do tutto quello che vuole."
E lui: "Anche l’iva senza ricevuta?"
"Non la capisco ma comunque sì, come ha detto lei."
"Bravo. Ecco le chiavi. E si ricordi che il mese prossimo deve fare la revisione".

Non capivo una parola, intanto lui mi frugava nel portafogli e ordinava di tener le braccia in alto. Alla fine ha voluto pure un assegno. Madonna mia, ragazzi, che spavento.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (27) | xmalink


02/09/2009
 
ODE ALLE PICCOLE STAZIONI FERROVIARIE

Amo le stazioni ferroviarie, ma non quelle delle grandi città, piene di gente e di negozi: preferisco le stazioni dei paeselli, quelle abbandonate a se stesse, dove la biglietteria è stata chiusa nel 1980 per essere sostituita da un distributore automatico che però ha funzionato solo due giorni.

Mi commuovono le obliteratrici in disarmo. Arrugginite e prive di inchiostro, eppure stanno là al loro posto, ogni giorno: sanno che è obbligatorio, altrimenti i controllori sul treno non potrebbero dare la multa ai viaggiatori che non hanno timbrato.

Provo tenerezza per i cartelli invecchiati male, “vietato attraversare i binari, utilizzare il sottopasso”. E per l'archeologia della fontana per bere prosciugata da sempre. Le pareti della sala d’aspetto di tre metri quadri con le loro scritte indicibili, le dichiarazioni d’amore di studenti, le chiacchierate a spray tra tifosi di squadre avverse.

E il deserto. Non c'è nessuno, solo tu. Sulla banchina una voce registrata continua imperterrita ad abbaiare che bisogna allontanarsi dalla linea gialla perché sta transitando l’interregionale delle sedici e quindici, in ritardo di otto ore, e ce ne scusiamo coi passeggeri.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (32) | xmalink


28/08/2009
 
INTERROGAZIONE SCOLASTICA

Buongiorno cari amici e benvenuti alla vostra scuola su Internet.  Oggi interroghiamo Anna, la signora virtuale del sito dell'Ikea. Eccola qua.
Buongiorno. Dunque, cominciamo.



E chi se ne frega, scusi. Andiamo avanti.



Ahia. Forse è meglio provare con le Lettere:



Signorina, la vedo un filo impreparata. Cambiamo materia, se vuole:



Ma quale dubbio, risponda! Ragazzi miei, questa è scema.
Che fo, proviamo a sorprenderla? Vediamo come reagisce?



Sè, vabbè, buonanotte...

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (31) | xmalink


26/08/2009
 
NELLA BIBLIOTECA COMUNALE

Sssst. Silenzio. Abbassate la voce. Siamo in una biblioteca. La biblioteca comunale. Le biblioteche hanno una caratteristica: sono uno dei pochi luoghi al mondo dove le persone devono tacere. E se non lo fanno, arriva un tizio cattivo che con un colpo d'occhi intima: ssst, silenzio. Magari aggiunge: perdìo.

Altri luoghi chiusi dove vige il silenzio: le chiese, i cimiteri. Rispetto a questi, però, la biblioteca risulta più allegra.

Parenti della biblioteca: la libreria. La libreria è quasi uguale alla biblioteca. È sua cugina. Ma ha un difetto: la libreria, quando le porti via un libro, vuole dei soldi. La biblioteca no, ti impresta tutto, gratis. Si dona al primo che trova come una bagascia.

Vicino a casa mia, questa primavera, hanno aperto una biblioteca comunale. Siccome sono un perditempo, ho pensato di recarmi a visitarla. Mica è una biblioteca piccina. Piccina lo dici a tua sorella. Questa rappresenta un investimento colossale. Misura seimila metri quadri distribuiti su quattro piani. Ha cinquecento posti a sedere, quarantanove postazioni multimediali per la consultazione di cd, dvd, internet e opere digitalizzate. Dodici ascensori, sedici distributori automatici di bevande (fredde o calde) e dodici di
merendine. Otto bagni. Disponibilità di tutti ma proprio tutti i quotidiani e i periodici esistenti in Italia - generalisti, specializzati, scientifici insomma qualsiasi cosa - nonché di buona parte di quelli pubblicati all'estero. Centottantamiladuecentoventisei milioni di libri in scaffali perfettamente catalogati per argomento e poi per autore. Apertura tutti i giorni, persino il sabato, dalle sette di mattina alle dieci quando è buio. Ora, un posto così dovrebbe essere pieno zeppo di gente. Quante persone c'erano, là dentro oggi?

Due. Io e l'addetto al prestito dei libri. Il quale da mesi non parla con anima viva e quando mi ha avvistato, dal fondo della sala, cioè da un chilometro, m'è corso addosso per abbracciarmi. Come se avesse
incontrato un miraggio nel deserto. S'è messo a piangere. Non mi ha neppure chiesto di fare silenzio.

Copyright: x§ personalitaconfusa | commenti (22) | xmalink