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Cronografia di un modo del tutto personale di distinguere il bene dal male e il brutto dal bello.




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07/01/2010
 
PICCOLA GUIDA AI COMPORTAMENTI DA TENERE IN AEROPORTO

- Se non è strettamente necessario, non presentatevi mai nell’atrio dell’aeroporto brandendo una mitragliatrice giocattolo (o, peggio: una vera) e urlando minacce in arabo - né in afgano, né in altra lingua che assomigli a queste due: in tali casi, prima che voi abbiate il tempo di spiegare il motivo del vostro peraltro anomalo ma sicuramente giocoso e giustificabile comportamento, la polizia vorrà arrestarvi o forse persino abbattervi a fucilate sul posto.

- Se per scherzo o per abitudine nella vita di tutti i giorni siete abituati a indossare cinture di ceri spenti sotto la canottiera, ebbene, rinunciate a questa pratica prima di entrare in aeroporto: l’agente di frontiera che vi frugherà potrebbe non capire.

- Si sconsiglia di abbandonare l'automobile sulla pista di decollo dopo aver sfondato la recinzione.

- Uscendo dalla sala d’attesa, non lasciate incustodita alcuna valigia sulla cui etichetta sia scritto il vostro nome, specie se tale valigia a un eventuale controllo risultasse contenente uno o più fra i seguenti oggetti: armi da fuoco, asce, esplosivo al plastico, bandiere dello Yemen, lanciafiamme.

- Qualora la coda alla dogana vi paia troppo lunga, non aggredite a coltellate la polizia di frontiera che si dilunga nel perquisire le persone davanti a voi.

- Se per qualsivoglia motivo siete mascherati in costume tradizionale di un paese mediorientale e per giunta indossate una lunga barba nera finta e/o un turbante (sembra strano ma questo potrebbe accadervi, ad esempio, in occasione del carnevale)  evitate di aggirarvi con aria circospetta nei pressi del bagagliaio di un velivolo in partenza per gli Stati Uniti o per capitali dell’Europa Occidentale.

- Al momento dell’imbarco, non ripeto non tentate di nascondere all’ultimo momento una scimitarra nel beauty case. Di questi tempi altri passeggeri potrebbe osservarvi e ritenere sospetto il vostro comportamento, e perfino segnalarlo all’autorità aeroportuale.

- Nei pressi di guardie, gendarmi o altro personale dell’aerostazione, è preferibile astenersi da discorsi inneggianti alla guerra santa e alla lotta armata contro l’imperialismo americano.

- Durante il volo, anche se vi annoiate non alzatevi di scatto per recarvi nella cabina dei piloti impugnando coltelli di plastica, tronchesine da unghie, corpi contundenti metallici, pistole automatiche, bombe a mano, ordigni nucleari, eccetera.

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28/12/2009
 
LA CONSUETA TELEFONATA DI AUGURI DAL PARENTE LONTANO

Ciaaaaaaaaaaocarissimocomestai!
Oh, ma che sorpresa.
Volevo farti gli auguri.
Sei gentile. Ricambio di cuore.
Auguri!
Altrettanto.
Auguroni!
Sì sì, ho capito.
Insomma, auguri!
Questo mi è molto chiaro.
Auguri, auguri e auguri!
Grazie grazie e grazie.
Augurissimi!
Grazissime!
Auguri.
Non ho inteso bene l'ultima parola.
Stavo dicendo: auguri!
Ecco, mi pareva.
Insomma ti mando un sacco di auguri.
Bene, è stato un piacere sapere di te dopo tutto questo tempo.
Vale anche per me. E ancora auguri.
Erano mesi che non ci sentivamo.
Appunto per questo volevo farti gli auguri.
Dodici mesi, se non sbaglio.
Esatto, quando ci siamo scambiati gli... auguri!
E già.
Per fortuna ci sono le feste - a proposito: auguri - che almeno una volta all'anno ci permettono queste belle telefonate.
Sì, per fortuna.
Adesso però scusami ma ti lascio, ho un po' di telefonate d'auguri da fare. Di nuovo auguri, eh?

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15/12/2009
 
L'ASSOCIAZIONE

Si comunica che in data odierna, abbiamo anzi ho fondato un'associazione. Di cosa si occupa tale associazione? Semplice, questa associazione ha come unico scopo la tutela dei suoi associati. L’associazione per ora ha un solo associato, me. E quindi si dedicherà esclusivamente alla tutela mia.

Alla prima assemblea, aperta ai soli soci fondatori, eravamo in pochi: c’ero solo io. Mi sono nominato segretario della riunione, per fare l’appello (nessun assente), tenere un verbale e assegnare il loro turno agli iscritti a parlare. Il primo ero io.

Dopo un lungo ma pacifico dibattito (ci siamo trovati d’accordo pressoché su tutto) abbiamo proceduto all’elezione del primo presidente dell’associazione. Ho vinto io, per alzata di mano. Ho quindi proclamato i risultati del voto, e mi sono congratulato con me stesso, fra gli applausi scroscianti dei presenti, ossia i miei.

Come primo provvedimento, ho conferito l'incarico di tesoriere.  Ho scelto di affidare questo importantissimo ruolo all’unico candidato: a me. Nessuno dei convenuti ha avuto da eccepire.

Di comune accordo, ci siamo poi dedicati alla stesura del regolamento dell’associazione. Per decisione unanime, le finalità dell’associazione, volutamente generiche ma imprescindibili, saranno le seguenti:

a) contribuire al benessere degli associati;

b) tutelare gli associati;
 
c) salvaguardare i beni degli associati;

d) curare gli interessi degli associati;

e) promuovere a più non posso gli interessi degli associati;

f) realizzare eventuali iniziative idonee a raggiungere gli obiettivi di cui ai punti a), b), c), d), e).

Abbiamo poi deliberato un calendario delle prossime riunioni: gli associati si dovranno radunare periodicamente. Non importa il luogo, basta ci sia il numero legale. Peraltro, ha osservato il me presidente mentre il me stesso vicepresidente annuiva, il raggiungimento del numero legale e la frequenza del rivedersi non dovrebbero presentare grosse difficoltà, nel caso di un’associazione composta da un singolo associato.

Il primo incontro fra i soci si stava concludendo nel generale apprezzamento quando qualcuno (lo confesso, quel qualcuno ero io) ha posto un’obiezione non priva di senso:

“Amici, siamo d’accordo su tutto. Ma se altri, oltre a noi, volessero iscriversi alla nostra bella associazione? Costoro potrebbero prefiggersi obiettivi personali, e non quelli comuni dell’associazione! O persino rubare ai nostri amati presidente, segretario, e tesoriere le loro – pardon, la sua, cioè mia, poltrona!”

Brusio, scuotere di teste. Abbiamo perciò risolto di riservare il diritto all’iscrizione ai soli presenti in sala.

“L’assemblea è sciolta, evviva la nostra associazione".
Ci siamo abbracciati tutti quanti. Ed io ero quasi commosso.

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10/12/2009
 
PETIZIONE NATALIZIA PER UNA MORATORIA SUI CAMPANARI

È veramente spiacevole scendere nella solita polemica a rischio di anticlericalismo, tuttavia credo sia giunto il momento di rivolgere un accorato appello a tutti i parroci d'Italia che fanno suonare le campane la mattina alle nove dei festivi: ebbasta, cazzo.

Innanzitutto, date fastidio alla povera gente che abita nei pressi della vostra chiesa e la domenica mattina o il giorno di natale magari vorrebbe dormire un po' di più. Eppoi: non si capisce perché voi potete e noi no.

Ho provato a montare una campana da tre tonnellate sul terrazzino di casa mia, con la ferma intenzione di suonarla lungamente, ogni tanto, a seconda del mio umore. Avevo appena finito di sistemarla lì fuori e
dopo un secondo mi si sono presentati alla porta i carabinieri. Volevano arrestarmi. Disturbo della quiete pubblica, dicevano. Ma come? A parte che non ho neppure cominciato. E comunque: io nemmeno un rintocchino e intanto quello là di fronte da anni può fare tutto il baccano che vuole, specialmente nei giorni di ferie? Ohè! Non è forse una ingiustizia bella e buona, questa?

Niente, mi hanno obbligato a tirar giù la campana, volevano persino portarmi da uno psichiatra. E quindi mi rivolgo direttamente ai parroci di tutto il mondo. Parroci, vengo in pace. E con delle proposte serie. Avete bisogno di chiamare i fedeli alla funzione, o di comunicare loro che ore sono? E va bene, non capisco queste necessità, specie la seconda, ma va bene. Però almeno usate altri strumenti, che non siano sonori. Se proprio dovete informarci sulle vostre attività o sull'orario, pensate a sensi diversi dall'udito. Ad esempio: l'olfatto. Prima della messa, nebulizzate incenso nell'aria per tutto il circondario: gli interessati annuseranno, i dormienti continueranno ad essere tali. Oppure: pensate a una comunicazione visiva. Una
bandiera, come si usa sulle navi. Quando sta per iniziare la messa, alzate una bandiera dal tetto. Non vi piace? Allora sentite questa: prima della messa, un fascio luminoso proiettato nel cielo, tipo Batman. Insomma, troviamo un compromesso, dai.

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01/12/2009
 
CANZONE DELLA SPESA AL SUPERMERCATO
(SENZA RIME COME QUELLE DI BATTIATO)

Ah, quanto mi piace andare a fare la spesa al supermercato,
nelle sere dei giorni feriali o il sabato mattina:
si incontra tante gente che per fortuna non conosco
ma tanta davvero tanta
un po’ troppa, forse

Oh che gioia andare a fare la spesa al supermercato.
meravigliarsi di fronte alle aragoste vive prigioniere nella vasca
giocare agli autoscontri coi carrelli delle pensionate,
pigliare i bigliettini numerati 
al banco dei salumi e poi
di nascosto ascoltare la voce del commesso
che chiama invano il settantadue il settantatré il settantaquattro,
fino al centoventi

Dio quant’è bello andare a fare la spesa al supermercato:
il dentifricio di nuovo in offerta due tubetti al costo di uno, la nuova raccolta punti, a ottomila si vince una teglia in ceramica da ritirare al punto informazioni
Dio quanto mi piace andare a fare la spesa al supermercato,
ha ragione la pubblicità, la verdura del mio ipermercato
davvero è diversa da qualsiasi altra verdura:
questa sa di cartaaaa...

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25/11/2009
 
DIALOGO CON UN PARCHEGGIO A PAGAMENTO
DEL CENTRO STORICO

Oooh ecco un bel parcheggio, che fortuna. Meno male, qui in centro credevo di girare a vuoto per giorni, e invece.
Fermo lì. Lei non può parcheggiarmi addosso così senza passarla liscia. Le vede le mie strisce blu?
Embé?
Io sono un parcheggio a pagamento: mica mi vendo gratis al primo che passa.
E ma che palle. Va bene, dove si paga? Li do a lei i soldi?
Per carità. Io, se non lo capisce, sarei un semplice rettangolo verniciato per terra. Puro spazio, immobile e bidimensionale. Non posso accettare danaro.
Ah. E allora?
E allora, buonuomo, si rechi alla più vicina rivendita di biglietti per parcheggi a pagamento. Ad esempio, là in fondo, al distributore automatico, ce li ha gli spiccioli?
No.
Poco male, tanto quell'affare era rotto. Provi ad acquistare da un umano, il tabaccaio laggiù in fondo, per esempio.
Obbedisco. Però nel frattempo la macchina la lascio qui sopra di lei. Un minuto.
Preghi iddio e la madonna che proprio in quel minuto non le diano la multa.
Ma solo qualche secondo, dai.
Non garantisco nulla. Se vuol rischiare il carro attrezzi, s'accomodi.
Corro. E lei non chiami la polizia per favore.
Va bene, ma soltanto per stavolta.


Alla buon'ora. Dunque, il tabaccaio?
Niente. Era chiuso.
Tenti col giornalaio, sta più avanti, la quarta traversa a sinistra.
Già fatto, dice che lui i tagliandi non li tiene più, gli hanno levato la licenza.
Mi spiace. Le confesso: in realtà siamo tutti d'accordo. Io, il tabacchi, il giornalaio: una bella contravvenzione, in termini economici, vale molto di più di un biglietto del parcheggio.
Quindi?
A questo punto lei dovrebbe andarsene a casa.
Ma come?
Qui ogni dieci minuti passa una ronda di vigili assetati di sangue e quattrini, e per la sosta vietata non hanno pietà. Le conviene sparire e portarsi via il suo rottame.
No, tutto 'sto viaggio a vuoto fino al centro no! Senta, sa che faccio? L'auto la piazzo là, sopra il suo collega disegnato di giallo.
Bravo, sul posteggio per i residenti: lui è ancora più stronzo di me. E dall'aspetto lei non mi pare affatto un residente. Giusto?
No, arrivo dalla periferia.
Ecco, ci torni, in periferia. Lì i parcheggi sono sempre bianchi, ossia gratis, visto che siete tutti dei pezzenti.
Ma come osa, scusi?
Non la prenda sul piano personale. Lo vede quel signore appostato alla finestra? E' un residente. Appena lei si allontana, lui scende e le spezza i tergicristalli per ripicca.
Complimenti.
Guardi, questa cosa di domandarle dei soldi io lo faccio a fin di bene: così la prossima volta se proprio deve venire qui da noi dei quartieri alti, prende il tram e non inquina.
Il tram da me passa ogni tre ore.
Ebbasta, si vuole levare dai piedi o no? Sto lavorando perdìo. Ho già altri clienti che aspettano.

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19/11/2009
 
L’ONTOLOGIA SECONDO L’ANAGRAFE COMUNALE

Fra tutte le pratiche che un essere umano si trova a sbrigare nella realtà, la richiesta di documenti attestanti la propria esistenza presso l’anagrafe comunale risulta la più prossima ai confini della metafisica.

Per esempio: oggi mi sono recato all'ufficio preposto per ottenere un attestazione del genere. Il funzionario del comune ha cominciato a ordinarmi di compilare un modulo, dove avrei dovuto scrivere a penna il nome, il cognome, il luogo e la data di nascita, il luogo di residenza. E fin qui, è stato facile.

Poi costui mi ha domandato di esibire un certificato di residenza. Ossia un foglio rilasciato dal comune stesso, un foglio rilasciatomi dallo stesso funzionario, allo stesso sportello, pochi minuti prima, nel quale comparivano il mio nome, il cognome, il luogo e la data di nascita, il luogo di residenza.

Il funzionario ha esaminato i due documenti, cioè il modulo firmato a mano - con il mio nome, il cognome, il luogo e la data di nascita, il luogo di residenza - e il certificato recante il mio nome, il cognome, il luogo e la data di nascita, il luogo di residenza, e ha potuto verificare che i due coincidevano.

A questo punto era abbastanza evidente che la persona di fronte al funzionario, e quella descritta nel modulo e quell'altra delineata nel certificato, non (ripeto: non) erano tre omonimi nati per puro caso nello stesso giorno nella stessa città e attualmente conviventi sotto lo stesso tetto, bensì un unico individuo.

C'è stato poi un lungo studio del mio attestato di nascita, un prospetto ufficiale vergato dalla Pubblica Autorità, dal quale si desumeva con chiarezza che io in effetti non solo sono vivo, ma sono perfino nato, e proprio nelle date e nel posto già menzionati.

Per scrupolo, il funzionario ha quindi consultato il suo computer: da esso risultava che, in effetti, un mio sosia e coetaneo abitava a casa mia. Ma tutto questo sembrava non bastare. Poteva trattarsi di una serie di circostanze fortuite.

Egli, il funzionario, ha dunque preso ad interrogarmi, e a trascrivere le risposte su un nuovo modulo.
Prima, con aria solenne da conduttore di telequiz, mi ha chiesto il mio nome e cognome. Glieli ho sillabati, e con prontezza: lui calmo ha controllato i dati sulle altre carte e sul monitor, e stranamente tutto collimava. Poi ha voluto investigare sulla mia nascita: quando era avvenuta? E in quale città? Ancora l'ho stupito con informazioni identiche a quelle già in suo possesso. Infine ha preteso di conoscere dove risiedessi: pure stavolta, con suo enorme meraviglia, ho fornito l'indirizzo esatto.

Bé, non c'è dubbio – mi ha detto squadrandomi – come sospettavo lei esiste, e per di più è veramente lei. Torni fra sei mesi per ritirare il documento che lo comproverà.

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13/11/2009
 
CONFUSO E PEPPINO DIVISI A BERLINO
(UNA STORIA VERA)

Quella che segue è una storia assolutamente vera. Mi è venuta in mente in questi giorni di celebrazioni per la caduta del muro di Berlino eccetera eccetera: io il muro l'ho visto, ancora in piedi, nel 1987. Ma dal lato Est.

La vicenda: nell'estate 1987 sono ancora minorenne ma insieme ad un amico abbiamo deciso: partiamo verso la Svezia. Per due adolescenti italiani la Svezia rappresenta il Paradiso Terrestre, un luogo remoto popolato solo da bionde coetanee discinte pronte a fare amicizia e altro insieme  a qualsiasi turista coi capelli ricci e gli occhi scuri gli si pari davanti. Insomma, l'Eden dei luoghi comuni. Sì, eravamo dei deficienti, come molti a quella età, e pure dopo.

Pianifichiamo il viaggio e i suoi costi: i genitori non hanno intenzione di mollare un soldo per la sciagurata avventura, e quando proviamo a spiegargli - "guardate, andiamo là per studiare la geografia e l'arte scandinava" - loro quasi ci prendono a botte. Perciò.

Perciò, costretti ad arrangiare con i pochi risparmi da salvadanaio, alla fine scegliamo l'unico volo che rientra nelle nostre possibilità. Un improbabile Milano-Berlino Est-Stoccolma su aerei di linea della DDR a eliche (giuro), una specie di low cost dell'epoca. Per l'alloggio, il solito ostello a buon prezzo. Con il vitto ci saremmo barcamenati fra birrerie, panini e digiuni. Vai, si parte.

Naturalmente, la vacanza in Svezia si rivela un fallimento totale: in sette giorni neppure una ragazza nativa ci rivolge la parola. Mai. Impariamo che là le giovani la sera dopocena studiano o vanno a dormire, o se escono escono col fidanzato vichingo alto due metri, e se sono sole comunque di sicuro non danno retta a degli sconosciuti italiani che le fermano al buio per strada.

Una sola volta riusciamo a imbucarci a una festa di nativi, peraltro quasi tutti maschi e sulla quarantina. Per il resto, passiamo le giornate nell'ostello o in pizzeria con una combriccola di liceali bolognesi finiti lì per i nostri stessi motivi e con gli stessi risultati. Inciso: Stoccolma si rivela una città assai perdibile sia per l'aspetto (una specie di Livorno ma più brutta e più grande) sia per il clima gelido perfino ad agosto, sia per la terrificante cucina locale.

Sì vabbè ma basta con 'sta Svezia, vogliamo Berlino Est. Ecco, ora arriva. Al ritorno, come già all'andata, ci tocca lo scalo a Berlino Est, ma stavolta l'intervallo fra i due voli è di otto ore. E allora che facciamo? Andiamo a vedere qualche monumento. Cioè? Bè, il muro. Il muro? Ma sì, siamo a Berlino, andiamo a vedere il muro di Berlino, l'attrazione più famosa. Anzi, col muro ci facciamo qualche foto, come si usa davanti alla torre di Pisa o il duomo di Milano da noi. D'accordo, d'accordo. Andiamo al muro.

Chiediamo ai passanti: Scusi, dov'è il muro? - ma nessuno ci risponde, anzi, ci guardano parecchio male. Boh, forse non ci capiscono, colpa del nostro inglese scolastico.

Poi, vagando, lo vediamo, in fondo un viale. Il muro, sì, sì, è lui. Eccolo là, evviva, dai fammi la fotografia davanti al muro, anzi, già che ci sei fotografa anche il filo spinato, i cavalli di frisia, la torretta con la guardia e il binocolo.

Un secondo dopo aver pronunciato questa frase, siamo circondato dall'esercito della Repubblica Democratica Tedesca. Ci arrestano. Sul serio, ci arrestano proprio.

A questo punto, sono in manette su un auto della polizei, stretto fra due soldati incazzatissimi, gente con la pistola. Il socio è stato portato via su un'altra macchina. Dal finestrino scorre il panorama della nazione più cupa e buia che si possa immaginare, in confronto Stoccolma pare Copacabana il giorno di carnevale.

I vopos ci conducono in una caserma di periferia, o una prigione, non so, e ci chiudono in una cella. Non scherzo: io sono veramente stato in una cella, legato, nella Germania Est Comunista.

Il mio amico piange. Io per tranquillizzarlo gli racconto la storia di "Fuga di Mezzanotte", celebre film  dell'epoca su un ragazzo che va in un paese lontano ma viene preso e piombato in galera per anni e anni.

Passano le ore. Una, due, tre, quattro, cinque ore.

Poi, chi lo sa, forse i militi se ne rendono conto. Guardano i passaporti: non è bello torturare e uccidere due stranieri minorenni, sono due pirla, poi magari Gorbaciov lo viene a sapere e si arrabbia. Meglio lasciarli andare.

Aprono la cella, entrano. Un tizio vestito da generale ci intrattiene urlandoci in faccia un lungo discorso in tedesco di cui non capiamo una virgola, poi distrugge le nostre fotocamere con gli anfibi. Quindi ordina ai suoi di sbatterci fuori. Fuori.
Siamo fuori.

Corriamo in direzione dell'aeroporto, rapidi come due centometristi sotto anfetamine.
Fra un'ora c'è l'aereo per l'Italia. Il prossimo chissà quando ricapita.

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06/11/2009
 
IL BRUNCH DOMENICALE ALLA
PERMANENTE D’ARTE CONTEMPORANEA

Ma dai, prendersela con il brunch, che fin dalla parola stessa si commenta da solo, è fin troppo facile. Non si può. Che poi tu snob e soprattutto pezzente come sei al brunch non ci sarai mai stato, lascia stare: mai scrivere di ciò che non conosci. E invece sì: ci sono stato. E quindi.

E quindi una domenica mattina mi chiamano e mi dicono: ohè, vieni, andiamo al brunch. Attenzione: i brunch si tengono solo di domenica. Negli altri giorni sono proibiti. Mai di sabato, mai di mercoledì. Non si sa il perché.

Insomma, mi intimano: vieni al brunch. Oddio, al brunch?, dico io, ma siamo sicuri? e dove? Nel bar della permanente d’arte contemporanea, che razza di domande cretine fai, e dove sennò. Giusto, come ho fatto a non pensarci. E va bene, andiamo a vedere ‘sto brunch.

Arriviamo nel luogo del brunch. La domenica mattina le strade della città sono spopolate, e uno pensa, saranno tutti a dormire, beati loro.  Non è vero: sono tutti al brunch. Il locale è pieno zeppo di gente che fa il brunch. La biglietteria della permanente d’arte contemporanea risulta, al solito, deserta, ma la sala del brunch straripa di persone ai tavolini. Bene, non c’è posto, torniamo a casa, che peccato, dico io. Ma no, dicono loro: abbiamo prenotato. Un mese fa. Ah.

Ci sediamo, da lontano faccio ampi cenni per richiamare l’attenzione del cameriere che ci ignora platealmente. I commensali mi sgridano: ma dove vivi, al brunch non si ordina, mica siamo in trattoria, c’è il buffet. Ohibò, giusto: il buffet. Immagino siano gli antipasti. E poi? E poi niente - mi dicono loro - finisce lì. Ti servi solo, ma quante volte vuoi, il prezzo è stellare ma fisso, quindi ti conviene ingozzarti come un'oca. Guarda, c’è il caffellatte ma anche la caprese, le fette biscottate ma di fianco al tonno, le briosce dolci ma pure l’insalata di pollo. È il brunch. Forte, vero? Acciderba, dico io, ma quanto costa? Molto, ma le bevande sono escluse.

Al buffet, vorrei riempire il piatto sino ai limiti della sua superficie ma mi trattengo, un po’ per la vergogna, un po’ perché a ben vedere i cibi hanno l’aria consunta e mi spaventano. Prendo il piatto, sgomito per farmi largo di fronte all’oramai vuoto ma ambitissimo vassoio dei carpacci di pesce, poi per evitare la ressa passo nella zona verdure bollite, quindi finisco per errore nella coda al banco dei tè caldi e della maionese (è un brunch, gli alimenti convivono in armonia).

Siamo al tavolo: cos’è quello?, indago scrutando i bottini altrui. Non lo so, sembra mortadella ma sa di ananas, replica la vicina di sedia. Assaggio, spilucco e penso: tutto bello però madonna bona come si mangia male a ‘sti brunch.

Mentre pranziamo, su un palchetto prende posto l’orchestrina e comincia a suonare una musica, non saprei come definirla se non una musica da brunch. Domando al cameriere se per favore può farli smettere. Lui muto mi volta le spalle e se ne va a sparecchiare altrove.

Il pranzo, o supposto tale, sta per concludersi, le persone si alzano, corro a prendere un nescafè ma la brocca adesso è fredda oltre che vuota. In compenso, arriva il conto, e qualcuno si incupisce.

Che si fa, siamo a una permanente d’arte contemporanea quindi vediamo una mostra, propongo trionfante. Ma sei scemo, qui ci veniamo per il brunch non per le mostre, e comunque l’abbiamo già vista ieri, e a quest’ora la mostra è chiusa, e il biglietto costa un patrimonio, e poi quell’artista là non ci piace. Al massimo ti concediamo un salto al bookstore. Il booché? Il bookstore. E va bene. D’accordo, dopo il brunch un bookstore, per digerire.

Al bookstore, cioè il negozietto di libri, ci si aggira pensosi fra volumi da sfogliare e basta, nessuno compra nulla, il conto ci ha già dato la mazzata. Vabbè, che ore sono? Le tre, anzi le tre e mezzo, io adesso tornerei a casa, io anche, ho da fare, ciao ciao, ci sentiamo.

Mi avvio verso il parcheggio a pagamento da sei euro al minuto riflettendo sull’esperienza. Per certi versi positiva, per altri no. Dopo tortuosi ragionamenti su pro e contro, concludo: ho ancora un leggero languore.
Magari per merenda mi preparo due spaghetti.

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29/10/2009
 
UN POCHINO DI PUBBLICITÀ PRIMA DEL FILM, MA POCA

Ragazze, ragazzi, aiutateci. Siamo il pubblico del multisala Ultraplex di Vizzolo Predabissi (Mi). Il titolare di questo blog ci ospita per lanciare un appello, siamo riusciti a collegarci di nascosto dai cessi usando un cellulare sopravvissuto alle perquisizioni del servizio d’ordine, pardon delle maschere.

Da una settimana siamo prigionieri, qualcuno venga a liberarci. Ci siamo seduti sabato scorso alle 17, la cassiera ci aveva detto che lo spettacolo sarebbe iniziato mezz’ora dopo, alle 17.30 come peraltro stava scritto sul giornale, e invece niente.

O meglio: in effetti le proiezioni sono cominciate alle 17.30 ma ancora oggi del film non si ha nessuna notizia. In compenso, lo schermo continua a cannoneggiarci a ciclo continuo con trailer di film orribili e pubblicità dei più svariati prodotti commerciali. Le uscite di sono piombate per impedirci di scampare al diluvio di marketing visivo. Volevano persino legarci alle poltrone.

Ogni tanto ci viene permesso di uscire nell’atrio dalla sala per vedere un po’ di luce, andare a far la pipì e comprare i cesti di popcorn dolci glassati, unico genere alimentare consentito qua dentro.

Un signore ha tentato di approfittare della pausa per fuggire ma le guardia armate pardon il personale del cinema lo ha catturato subito: adesso è in isolamento in prima fila, a venti centimetri dal maxischermo, svenuto durante il bombardamento di reclame dei fusilli con sonoro in dolby surround.

Salvateci. Siamo disperati, anche se qualche ottimista, forse bugiardo, sostiene che forse il film comincerà domani, dopo lo spot in 3d della Tim che dura dodici ore e mezza. Ma non siamo certi di riuscire a farcela. Chiamate le ambulanze, la polizia, fate qualcosa.

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22/10/2009
 
L’UNIVERSO DELLE RELIGIONI ROVESCIATE

Buonasera e benvenuti al consueto appuntamento con il corso gratuito a domicilio di Metafisica d'Accatto.

Per essere infinito, l’Universo deve essere per forza composto da infiniti universi. Tra gli infiniti universi opposti e contrari a questo, ne sussiste di certo uno del tutto identico al nostro, in cui ad essere capovolte sono soltanto le religioni.

Un pianeta ove i sacerdoti d'ogni culto vestono non tonache ma pantaloni sgargianti, predicano il libertinaggio, si mostrano viziosi in pubblico ma morigerati nel privato.

In quell’universo Dio esiste solo se non esiste nel nostro. O viceversa là non esiste in quello ma nel nostro sì. Chissà chi ha ragione.

Su quel pianeta, i musulmani si ingozzano di salumi o di vino, e pregano seduti su una poltrona dando le spalle alla loro città santa, Caserta. Ogni induista quando vede le mucche in mezzo alla strada scende dall’auto e le prendono a fucilate per poterle spostare più agevolmente. Gli ebrei ortodossi si recano dal barbiere tre anzi quattro volte al giorno, e quando entrano nella sinagoga, solo allora si levano il sombrero.

I cattolici sono privi del papa, e credono che non nel passato ma nel futuro fra duemila anni, la mattina ferragosto una donna nascerà nella suite del grand hotel, sorvegliata dal fiato di un cane di razza e da un gatto, ma nessuno andrà ad adorarla. Avrà una vita violenta, maltratterà gli storpi, accecherà chi ha dieci diottrie. Morirà serena da novantanovenne, di vecchiaia, a casa sua. E si farà cremare. Gli insegnamenti che peraltro non avrà prodotto non saranno mai divulgati, né nessuno parlerà mai di lei.

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16/10/2009
 
PETIZIONE CONTRO LA DERIVA DEI CONTINENTI

E no, adesso basta: è tempo di agire e di battersi contro il più grave e vergognoso pericolo del nostro pianeta. Da oggi questo sito verrà dedicato esclusivamente alla raccolta di firme e di fondi alla lotta dura senza paura contro la tettonica a zolle.

I continenti minacciano di venirci addosso. Insomma, un giorno o l'altro, presumo in una località vicino al mare, un umano starà facendo i fatti i suoi oppure dormendo nel suo letto, quando bom! - all'improvviso, fra il lusco e il brusco, senza neppure chiedere permesso, gli piomba addosso un continente intero, gli entrerà in camera l'Africa o l'Oceania dalla finestra. Ohé, dico, signori continenti, che razza di modi sono questi? Maleducati.

D'accordo, i continenti si muovono molto ma molto lentamente. E quindi prima che arrivino ci sarà da aspettare un bel po'. Ma ciò non rappresenta affatto una scusante. La scarsa velocità non può giustificarli. Anche il tram va piano, ma se ci finisci sotto, un paio di mesi all'ospedale non te li leva nessuno.  Adesso moltiplica quel dolore cento triliardi di volte: immagina di  essere investito dall'intero Sudamerica, con le sue montagne, pianure foreste, promontori, edifici, terra, cesti di frutta, pappagallini, eccetera. Son tonnellate di roba. A essere calpestati da tutto il Sudamerica ci si fa parecchio male.

Per cui, spiace dirlo ma i continenti devono rimanere a casa loro. Sono già partiti? Allora fermiamoli. Prima che sia troppo tardi, andiamo in mare sulle navi e col megafono intimiamogli di tornare indietro. Sciò, che qua non li vogliamo.

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09/10/2009
 
IL NULLA

Mesta è la vita del lavoratore del terziario che salta la pausa pranzo per andare in palestra. A correre, sudare, farsi la doccia perché sennò puzza e poi con la borsona  di tela nella sinistra e un panino crudo mozzarella nella destra rientra distrutto al suo posto in scrivania, pronto per la riunione delle quattordici e zero zero.

Cari amici rieccomi a voi: scusate l'assenza, è che al lavoro non so più da che parte girarmi, con tutto questo Facebook. Non sapevo più come uscire: il bombardamento e a cause animaliste non mi lasciava il tempo manco per respirare. E i miei compagni delle elementari, in combutta con gli ex colleghi del 2002, alcuni zii emigrati all'estero, i figli degli inquilini dello stabile dove abitavo da adolescente e qualche decina di ignoti importuni peraltro assai insistenti in quanto certi di conoscermi benissimo mentre in tutta evidenza mi avevano scambiato con un omonimo il quale, chissà come mai, era scomparso senza lasciargli recapiti – ebbene tutta questa gentaglia voleva trattenermi lì con sé. Sono dovuto scappare.

Interessante saggio del celebre Achille Cecchetti, immenso pensatore che per motivi del tutto incomprensibili non ha ancora trovato un editore nè vinto il Nobel per la Filosofia (ah, pare tale premio non esista: ecco la spiegazione).
Sostiene il Cecchetti: in un mondo oramai sovraffollato da oggetti, cose, case, beni, suoni, costruzioni, luoghi di culto, strade, condomini mansardati, persone che ti pestano i piedi sul tram - insomma in un mondo in cui tutto lo spazio disponibile viene sfruttato e venduto secondo una logica sistematica di occupazione, il vuoto - cioè il Nulla - è destinato ad assumere un valore economico enorme: ecco perché nel 2050 di sicuro il Ciad sarà il paese più ricco e potente del globo.

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29/09/2009
 
NON CI SONO PIÙ LE RELIGIONI DI UNA VOLTA

Il più bel luogo comune sugli scocciatori improvvisi, ossia il campanello che trilla, tu apri e - voilà - ci sono i testimoni di Geova, è oramai in irreversibile decadenza. Oramai né al citofono né alla porta si trova un testimone di Geova manco a pagarlo. È una vergogna. Sono anni che non ricevo visite a domicilio di sorpresa da un testimone di Geova. Sono secoli che nessuno osa fermarmi per strada per domandarmi se voglio acquistare una copia di Torre di Guardia. Perché? Dove li avete nascosti?

Mi mancano gli hare krishna. Anni fa, quando ero bambino, mi capitava di incontrarne per strada, nelle vie del centro. Rimanevo stupito a guardarli ballare e cantare per ore e ore. Essi passavano i loro giorni così, a vestirsi con lenzuola color zafferano, a suonare i tamburelli o i pifferi. E basta. Tra me pensavo: ecco, costoro non sono pazzi. Non si occupano di nulla. Non producono nulla. Non lavorano mai. Da grande voglio fare anche io così.
Oggi nelle piazze non si incontra un arancione neppure per sbaglio.
Che siamo tutti morti per la fame?

E i mormoni. No, dico: i mormoni. Una volta mi suonarono al campanello due mormoni. Erano due diciottenni, arrivati apposta dagli Stati Uniti per convertire l’Italia intera al mormonismo, e avevano deciso di cominciare da me. Si presentarono vestiti elegantissimi, in nero, avevano i loro nomi appuntati sulle spille al taschino. Parlavano in un italiano stentato ma comprensibile.
Anziché mandarli via a calci, come aveva appena fatto il mio vicino, io li lasciai entrare. Offrì loro un caffè, che rifiutarono con cortese fermezza. Proposi del vino, della birra, una sigaretta. Ma sembravano recalcitranti. Poi, se non ricordo male, iniziarono a raccontarmi di quando Gesù Cristo visitò il Nordamerica millequattrocento anni prima di Colombo. Ero piegato in due dalle risa. Loro no. Da quella psichedelica conversazione, non ebbi più modo di esser importunato dai mormoni.

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24/09/2009
 
LA PUBBLICITÀ SU INTERNET SPIEGATA A TUO NONNO

Eccomi qua, mi si perdoni il ritardo, ma c’era un traffico, ma un traffico. Buonasera, benvenuti al consueto appuntamento con il corso serale di marketing d’accatto per principianti. Ennò, dai, non scappate: il marketing è una roba utile nella vita. Può sempre servire.  Ecco bravi, sedetevi e state a sentire che magari imparate qualcosa di nuovo.

Dunque. Parliamo di questa cosa in cui siamo dentro adesso, ossia internet. Come sapete, su internet esistono dei bandieroni pubblicitari colorati e lampeggianti. Si chiamano banner. Insomma, voi state leggendo il Corriere della Sera (de gustibus) o guardando qualcosa (delle foto di persone nude, diciamo) e sopra o di fianco, c’è ‘sto cartellone animato che si agita come un ossesso nel tentativo disperato di attirare la vostra attenzione. A voi di lui non frega niente, lo vedrete solo con la coda dell’occhio. Però un pochino tutto quel dimenarsi vi darà fastidio.
Si dice che nell’ultimo anno, nessuno al mondo sia stato talmente fesso da cliccare su uno di codesti banner, per cui non si sa cosa succeda dopo.

Un altro fastidioso oggetto pubblicitario è il pop up. Già il nome è da scemo. Viene dall’inglese: to pop up, comparire all’improvviso, insomma, rompere i coglioni. Il pop up è quel coso che fiorisce in mezzo alla pagina senza neppure avvisare, per impedirci di consultarla. In alto ha un bottoncino piccino picciò con scritto ‘chiudi’: esso rappresenta l’unico modo per disintegrare il pop up. Peraltro spesso il pulsante 'chiudi' non funziona, o finge di non saper funzionare.
Fortunatamente, il pop up risulta quasi in estinzione. Ci sono infatti altre forme pubblicitarie, meno invasive ma altrettanto insinuanti.

Ad esempio: tu stai leggendo la ricetta della pizza margherita, oppure stai solo cercando una ricetta della pizza margherita. Bene. Il sito – astuto come una lepre – capisce che sei interessato a un argomento specifico, e che quindi sarebbe meglio offrirti una promozione pubblicitaria mirata: allora indaga la semantica del caso e a corredo della lettura ti propaganda indirizzi di pizzerie. O, se è poco intelligente, la reclame di articoli da giardinaggio e concime per margherite. Pare che questo sia il futuro della pubblicità. Andiamo bene.

Bene, la prima lezione è finita, settimana prossima tratteremo dell’email marketing. Posso solo anticiparvi che più o meno è questo: io ti bombardo di messaggi che tu cancelli senza leggere ma a me va bene lo stesso. Lo so, sembra strano il mondo del marketing, eppure è così.
Alla prossima.

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